#ilcorredoinvisibile parla (anche) di donne senza uomini

12.04.2018

Un libro parla di tante cose.
Un libro parla di tante cose perché parla a ciascun lettore.
Un libro di racconti parla in tante direzioni.

Il mio è un libro di racconti, 25 per la precisione. Spero vi sia nel futuro prossimo una seconda raccolta, perché il racconto breve continua a sgorgare dalla mia immaginazione con particolare enfasi. Altri racconti giacciono, infatti, già in attesa di altra pubblicazione. Vediamo, nel frattempo, questi primissimi cosa, come e dove vi portano.

Alcuni racconti parlano di donne senza uomini. E’ una categoria? Sicuramente è un modo, temporaneo o eterno che sia, di stare al mondo. Mi piacciono le situazioni che si generano dove gli uomini sono assenti, dove le donne sono state abbandonate più o meno incautamente. I motivi sono tanti e bazzicano in racconti diversi. C’è la morte. C’è la separazione. C’è un cattivo legame. C’è il destino, in attesa di un termine più significativo per chi non ci crede.

Beh, qui salgono all’altare della mia attenzione tutte quelle donne che non sono impazzite senza uomini. Come si comportano. Cosa dicono. Come educano. Come litigano. Come si consolano. Cosa desiderano.

Le amo. Le conosco. Sono io e sono tante altre donne che mi passano accanto e alle quali rubo una parola per farne un racconto breve. C’è sempre un principio di realtà, ma è una briciola che dura poco nella pancia dello scrittore: poi, per fortuna, l’immaginazione corre veloce dentro a mondi che non esistono pronti a far posto ad ogni lettore. Anche a tutte quelle che l’uomo ce l’hanno accanto o a tutti quelli che sono rimasti.

Le donne che impazziscono, invece, sono già state raccontate tante volte. In attesa dei miei racconti – dal 19 aprile in libreria – vi lascio con una pagina memorabile di una temporanea pazzia per abbandono, anzi peggio “una pausa”… Vi prometto che il mio libro parla anche di uomini senza donne, ma questo è un altro discorso. Alla prossima!


 

Qualche tempo dopo che lui aveva detto la parola «pausa», impazzii e finii in ospedale. Non aveva detto «Non voglio vederti mai più» oppure «È finita» ma dopo trent’anni di matrimonio pausa bastò a trasformarmi in una matta i cui pensieri si scontravano esplodendo e rimbalzando come popcorn nel microonde. Feci questa penosa riflessione standomene distesa su un letto della South Unit, talmente appesantita dall’Haldol che l’idea di muovermi mi faceva orrore. Le cantilenanti voci cattive sembravano attutite, ma non erano scomparse, e quando chiudevo gli occhi vedevo personaggi dei cartoni animati che sfrecciavano tra colline rosa e scomparivano in foreste azzurre.  Alla fine, il dottor P. mi diagnosticò un disturbo psicotico breve, noto come psicosi reattiva breve, il che significa che sei andata davvero fuori di testa, ma non per molto. Se dura più di un mese ti devono mettere un’altra etichetta. A quanto pare, alla base di questo particolare squilibrio c’è sempre un fattore scatenante o, in gergo psichiatrico, uno «stressore». Nel mio caso era Boris, o meglio non il fatto che Boris non ci fosse, che Boris fosse in pausa. Mi tennero sotto chiave per una settimana e mezza, poi mi lasciarono uscire. Ero già paziente esterna da qualche tempo quando trovai la dottoressa S., con la sua voce bassa e melodiosa, i sorrisi tirati e un buon orecchio per la poesia. Mi rimase in piedi, anzi, continua a tenermi in piedi.

Non mi piace ricordare quella pazza. Mi faceva vergognare. Per molto tempo non riuscii a rileggere quello che lei aveva scritto in un taccuino bianco e nero durante il ricovero. Sapevo che sulla copertina c’era scarabocchiato Schegge di cervello in una calligrafia che non sembrava affatto la mia, ma esitavo ad aprirlo. Avevo paura di lei. Quando venne a trovarmi mia figlia  Daisy nascose il suo disagio. Non so esattamente quello che vide, ma posso immaginarlo: una donna che non mangiava, magrissima, ancora confusa, il corpo irrigidito dai medicinali, una persona che non sapeva reagire in modo adeguato alle parole di sua figlia, che non riusciva ad abbracciare la sua bambina. E poi, quando se ne andò, la sentii mormorare ad un’infermiera, con un singhiozzo strozzato in gola: – È come se non fosse la mia mamma -. Allora non ero in me, ma adesso ricordare quella frase è straziante. Non me lo perdono.

L’estate senza uomini – Siri Hustvedt (Einaudi, 2012)

 

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