Jojo Rabbit: lo porto o non lo porto? – VIOLAPENSIERO N. 54

30.01.2020

Sindrome della margherita: porto o non porto la prole a vedere il gioiellino Jojo Rabbit?

Eh, bella domanda. Dipende da VOI e da molti fattori.

Intanto chiedetevi a che punto siete con antisemitismo, dittature, nazionalismi, torture, campi di concentramento, nazismo, fascismo e, purtroppo, vattelappesca… e se avete, con tutta onestà, intenzione di prendervi a cuore questi argomenti ora. Se è il momento buono per farlo. Per la prole. Per il genitore. Ma se lo fate, preparatevi perché le domande sono tante. Non finiscono. Dettagliate. Incalzanti.

Io ho dato una bella spinta all’argomento a teatro in occasione dello spettacolo Il tango del calcio di rigore con Nerì Marcone (produzione Teatro Nazionale Genova) dedicato alle dittature oltreoceano dove le vittime venivano lanciate in volo. Il campo di concentramento, qui, si trasferisce nella bellezza del cielo e del mare e di cose bisogna spiegarne tante ad una ragazzina che vuol capire perché. Ma come dice mia figlia: “Se non vedo, non ho paura”. E così a teatro, quella strana esperienza che assomiglia ad un libro ma non lo è, abbiamo inaugurato quella stagione che non finisce più: gli orrori di questo mondo. Vorremmo risparmiarglieli ai nostri figlioli, ma l’unico risparmio possibile è educare con il meglio di noi per evitare che l’orrore salga di nuovo sul palco.

E poi chiedetevi a che punto siete con l’ironia. Esiste nella vostra famiglia questo complesso e salvifico strumento del linguaggio? Vi pare che vostro figlio dialoghi con il sarcasmo? Perché l’ironia non è una questione solo di età, ma anche di quanto avete aperto la porta di casa a questa ancora di salvezza che scioglie i drammi più acuti, le frustrazioni più inconsolabili, i capricci più esasperanti. L’ironia non si improvvisa. Eh, ma a quante cose dobbiamo educare? Eppure si tratta di una vitamina C indispensabile. E se non siete stati educati nemmeno voi all’ironia? Beh, prendetevi degli integratori quotidiani ed iniziate a praticarla con lui. Bisogna recuperare terreno!

E infine, fate il punto sull’amico immaginario perché qui c’è ed è pure ingombrante. Si chiama Heil Hitler!. Ecco, la speranza è che la vostra esperienza con gli amici immaginari sia stata meno esotica di quella di Jojo Rabbit. Per il resto la faccenda è seria, perché come al solito il legame con questa entità immaginaria, indipendentemente che sia identificata in un oggetto o meno, coinvolge appieno lo sviluppo del bambino. Non è malato, anzi si sta impegnando per stare sempre meglio e bilanciare quel duello tra interiore ed esteriore.

Così la mamma di Jojo, Rosie Betzler (una Scarlett adeguatissima), aspetta paziente che il bambino strutturi la sua realtà interna, sapendo che poi andrà a scemare anche Adolf. Questa sovrapposizione dell’evanescenza psicologica-storica è un vero colpo di genio, altrettanto rischioso e messo in scena dallo stesso regista-attore Taika Waititi.

Ecco, chiariti questi tre punti direi che potete andare al cinema sereni. Il che non vuol dire che non soffrirete. Soltanto lo farete un po’ più preparati e pronti a dedicarvi al dolore dei più piccoli che richiede sempre le nostre migliori energie.

E non c’è peggior dramma, infatti, di ascoltare il battito del cuore di ragazzi rimasti soli al mondo, Elsa e Jojo, a causa della follia malefica degli adulti. Jojo Rabbit, in tal senso, è uno stetoscopio eccezionale. Più che preparare i fazzoletti, direi di munirsi di un foglio su cui insieme adulti e piccoli lasciare andare le emozioni, i pensieri, la tristezza. Elaborare il lutto insieme di una storia non così lontana magari con uno scritto, un disegno, una frase, un colore. E magari iniziare a leggere insieme Il cielo in gabbia da cui è tratto il film di Waititi.

Ausbildung und Kino: che meraviglia!

 

 

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