La resilienza non è romantica. #violapensiero 49

20.03.2018

E’ da tanto che non vi racconto una storia. Mettetevi comodi.

Dopo due giorni massacranti a Roma per l’ultimo saluto ad un caro amico e collega, in treno veniamo adescate da una bambina-adulta. In realtà è poco più piccola della mia. Vuole a tutti i costi che mia figlia si sposti per giocare con lei. E fin qui la sua pretesa potrebbe essere anche legittima. In tal senso lo è anche la reazione di mia figlia che si dimostra un po’ titubante: con gli sconosciuti ha sempre bisogno almeno di sessanta secondi di riflessione sul da farsi. Eppure già qui l’altra bimba guarda me dicendo: “Che ha che non viene? Che ha che non vuole?”. Mettendo in soffitta risposte adulte che verrebbero spontanee, il buon senso che alberga in me mi porta a tacere e a lasciare che se la sbrighino tra loro.

Dopo varie mediazioni mia figlia cede, anche se con il senno di poi la sua titubanza non era poi così fuori luogo. Inizia, infatti, un vero e proprio interrogatorio alquanto imbarazzante. Direi senza mezzi termini sull’arrogante a cui assisto senza metterci bocca.

  • Chi sposerai?
  • E che ne so?
  • Come che ne sai. Io lo so già. Sposerò… E’ un po’… ma tutto normale, in qualche modo faremo.

Mia figlia mi guarda basita. Cerco di non darle nessun cenno.

  • Quanti fratelli hai?
  • Non ho fratelli.
  • Come non hai fratelli. Chiedine subito uno a tua mamma.
  • Cosa vuol dire che devo chiederlo?
  • Chiediglielo, funziona così. E lei te lo darà.
  • Non sono io che decido queste cose.

Prosegue lo sguardo incredulo di mia figlia che mi guarda con la faccia “ma che domande sono?”.

  • E’ incredibile che non hai fratelli.

Prosegue il discorso unilaterale, mentre fanno delle formine di pongo. Mia figlia non trova lo spazio per far lei una domanda. E di nuovo:

  • Non hai la televisione?
  • Perché?
  • Perché no.
  • Non puoi non avere la televisione. Quindi tu non hai mai visto un cartone animato.
  • Si, da mia nonna.
  • Ahhh, dalla nonna sì. Quindi devi assolutamente avere una televisione. Devi comprartela!
  • Ma come faccio io a comprarmi una televisione?
  • Di notte quando i tuoi genitori dormono, prendi i soldi, esci e vai a comprarla.
  • Non lo decido io.

Il concetto si ripete in ogni frangente. Tu devi decidere – Io non decido. Sensazione da brividi.
Mia figlia comincia a guardarmi con la faccia di chi non capisce dov’è e perché… della serie, ma non dovevamo giocare?

  • Ma tuo padre dov’è? Perché non è qui?

Mia figlia mi guarda con la faccia di chi non ha più pazienza e con quel sorriso sornione che vorrebbe dire “lo sapevo che alla fine saremmo arrivati a questa domanda”.

  • Cosa fa tuo padre che non è qui?

Incalza senza tregua. Mia figlia mi guarda stavolta proprio esasperata dall’interrogatorio al limite della denuncia per tortura di minore a cura di altro (finto)minore. E mi dice: “Anche questa domanda. E adesso che le dico?”. Ha la faccia di chi non ha proprio voglia di svuotare il sacco.

Le mie uniche parole attorno a questo bizzarro incontro in carrozza: “Decidi tu cosa dirle”. E con un sorriso soddisfatto parte all’attacco:

  • Mio padre è cuoco e mia mamma lavora nel cinema.
  • Mia mamma è … e mio padre è…

L’interrogatorio prosegue senza ritegno per un altro bel po’, finché ildiodelcielo ha fatto che è scesa prima di noi ma non prima di congedarsi dicendo ai suoi genitori quanto fosse assurdo – giuro –  che mia figlia si ritrovi senza fratelli e sorelle. Per fortuna almeno il padre, caspiterina dico io, ce l’ha e fa pure il cuoco. Mica ci si può trovare così poco accessoriati al mondo.

Questa bimba-adulta aveva decretato una sua sentenza.

Eppure l’arroganza è degli adulti, non è dei bambini. E’ un sentimento che trasuda dal contesto, che si respira nel paesaggio attorno a noi, dall’aria pesante che questa società si porta addosso in ogni luogo generando i suoi piccoli imperatori. Così sovrani da non fare più nemmeno i capricci più basici essendo troppo oberati dall’impegno dell’essere adulti anzitempo.

Arrivare a rimpiangere i capricci dei bambini non è per niente un segnale confortante.

I bambini-adulti rischiano di essere una vera e propria forma di “bullismo” per quei bambini che si ostinano a voler essere bambini. Ci si ritrova felici di essersi separati: non può essere così tra bambini. Tra bambini si piange al distacco, ma non si tira un respiro di sollievo quando uno dei due se ne va. Qualcosa non va ed è triste.

E per fortuna che di resilienza si può sopravvivere e non c’è nessun romanticismo in tutto ciò. E’ stata la primissima volta che mia figlia non ha raccontato che suo papà è morto. Lo dice sempre con grande naturalezza, aggiungendo di volta in volta i particolari che le sembrano significativi. Lo dice a grandi e a piccoli.

La resilienza è sopravvivere con talento agli urti della vita, accettare che non tutto è dovuto, comprendere che il quadro non sempre è completo e capire, colpo di scena, che tutti non meritano la verità.  Ai bambini fa male perdere qualcuno, ma agli stessi bambini la resilienza fa del bene. Crescono, certo oltre la loro età, ma non diventano adulti prima del tempo. Diventano gentili, perché la resilienza rende meno presuntuosi. Rende più umili, grandi e piccini.

E in questa umiltà mia figlia ha trovato la forza anche di difendersi, capendo che lì quella verità così tanto faticosa da portarsi appresso ogni giorno sarebbe stata sprecata. La verità ha bisogno di custodia e anche i bambini hanno abbastanza fiuto per capire se ci sono le condizioni per svuotare il sacco. Anzi, forse ne hanno di più.

Sono quelle bugie a fin di bene che ci dicono che siamo in evoluzione, che scegliamo di ragionare con la nostra testa ma soprattutto con il nostro cuore. E nel dire una bugia ha detto una verità (ma lei questo non lo sa ancora): il suo papà aveva proprio questo sogno. Voleva fare il cuoco e la sua forza di resilienza ha portato a galla questo suo sogno. Sono questi i miracoli, veri e propri capolavori, che la nostra natura umana così elaborata riesce a compiere.

A margine aggiungerei che è stato commovente sentirle dire “siamo state a Roma per il funerale di un mio amico, ma è un adulto”. L’altra bimba era ben stupita di questa distinzione. Sì, perché ci sono i bambini e ci sono gli adulti. E c’è una bella differenza che questa società non vuol più sentire.

P.S. Una carezza alla bimba-adulta.

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