L’AMORE CHE RESTA di Gus Van Sant

14.10.2011

In poltrona>> Arianna Prevedello

La morte al tempo dell’adolescenza è affascinante come l’amore. Non è un’affermazione ingenua e nemmeno tratta dai dolori del giovane Werther. E’ la sensazione che Resteless ti lascia sulle labbra ma senza un animo troppo malinconico. Non che il trapasso non tolga il respiro per sempre (d’altronde come ogni esperienza amorosa), ma nella giovane età essa appare meno tragica di quanto la consapevolezza adulta induca a cogliere nel futuro. Enoch e Annabel –  finalmente una Bella e un Edward davvero funerei? – tracciano il profilo del loro sentimento attorno a due salme imprigionate in un presente obbligato (tempo per definizione della loro condizione anagrafica). Lui vittima psicologica del passato recente in cui ha perso i genitori in un incidente, lei vittima fisica del futuro prossimo perché malata di cancro. Entrambi hanno ben chiaro che l’eternità (del nulla o dell’amore?) esiste e che nel loro caso – più prima che poi – ci si deve fare i conti. Bisognerà mettere in scena un addio e decidere cosa conta nella vita e per cosa vale la pena di vivere. Bisognerà lasciare i Caronte o gli angeli custodi e camminare con le proprie gambe ricchi dell’amore di chi ci ha preceduto. E ancora non bisognerà frequentare troppi funerali. Van Sant elegiaco, davvero da non perdere.

Vale il biglietto: tutto il film, sequenza dopo sequenza. E se proprio dovessi scegliere in ordine di esaltazione: a) l’addio melò messo in scena nel salotto ma svelato soltanto a dialogo completato b) Hiroshi fantasma vero come l’atomica c) la distruzione del sepolcro (risurrezione di Enoch?) d) le imboscate ai funerali anonimi

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