Si nota all’imbrunire – VIOLAPENSIERO N° 52

17.01.2020

Voi direte che ho l’abbonamento al cinema. Ça va sans dire… Ebbene no, quest’anno ho fatto l’abbonamento al Teatro Comunale di Bolzano. Viene anche Viola e tra un non ho capito niente, un capito un po’ o un quasi tutto, si trascorre una domenica pomeriggio di smottamenti interiori. I prezzi degli abbonamenti per i giovani sono davvero simbolici e val la pena azzardare l’esperienza.

(estratto di una telefonata)

– Sai nonna sono andata a teatro. Lo spettacolo raccontava di un vedovo che si è trasferito in un paese isolato con pochissimi abitanti. Una persona che si sente molto sola. I figli non vanno mai a trovarlo. Tutto il tempo nello spettacolo parla con loro ma poi alla fine abbiamo scoperto che era solo una sua fantasia. E si ritrova solo in cimitero nel giorno dei 10 anni di anniversario della morte della moglie.

– Era divertente? (Dopo una trama del genere questa domanda si impone come una speranza…)

– Si abbiamo riso, abbastanza, ma anche un po’ triste.

Si nota all’imbrunire – quando i titoli sono poesia – ha scoperchiato il nostro cuore. Ha sventolato i panni del dolore per una rinfrescata stagionale.

Tralasciando che poteva essere la nostra storia quasi al millimetro, anche se siamo un po’ troppo socievoli per rimanere così sole, la drammaturga e regista Lucia Calamaro la rende universale, grazie ad una nutrita varietà di caratteri famigliari.

Il padre, lo zio, il figlio, le figlie: sul palcoscenico alcuni esistono davvero; altri sono frutto di fantasticherie. Quei balletti della mente, anticamera della depressione, che ti torturano come fantasmi rendendoti sempre più “seduto”.

Lo sdraio è, infatti, una ricorrenza simbolica dello spettacolo come oggetto scenico e costipazione interiore, perché seduce per la sua comodità ma piega il nostro corpo verso un’inflessione. Un’inarcatura che chiude la porta agli altri e alle loro anomalie, che gira le spalle ai propri cari raccontandosi però la bugia che sono loro a non coltivare i legami.

E’ la cattiva abitudine (una patologia?) che porta continuamente a lamentarsi, a sviluppare la teoria che i figli dovrebbero rimanere tali solo fino ai 40 anni e poi il legame si dovrebbe trasformare in una “parentela alla lontana”.  Come diceva Viola si sorride anche abbastanza di questo malessere, perché Silvio Orlando – non è solo il Voiello di Sorrentino e i suoi Pope – rende commestibile l’insopportabile e lo depura di connotazioni sociologiche. 

“La mamma è nel paesaggio” dirà una delle figlie di Silvio nelle sue fantasticherie, rifiutando di scrivere qualcosa per la messa di suffragio dei 10 anni dalla scomparsa. Quante volte abbiamo pensato la stessa cosa e abbiamo cercato di elaborare il lutto nel contatto, non estremo, con la natura, i monti, i boschi, il cielo che tocca i merletti delle vette. Lo spettacolo, facendoci partecipi del dramma di isolamento di questo padre, ha donato a me e a mia figlia la possibilità di fare memoria – competenza – che c’è un equilibrio tra paesaggio e pensiero, tra natura e linguaggio, tra contemplazione e azione. Elaborare il lutto è la somma di quelle due sorelle che sembrano Marta e Maria del Vangelo.

Der Landschaft, che dono!
Nel paesaggio possiamo trovare la lucidità per il pensiero e l’autenticità per il linguaggio.

 

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