Violapensiero n°39

15.10.2011

Dopo una pausa estiva agostana protrattasi fino all’autunno a causa di uno stress espanso tra traslochi non ancora completati (attuale bivacco dai genitori) e nuove sfide professionali intra ed extra, rieccoci di nuovo nella stanza on line della maternità. E che bene che si sta qui 🙂

Negli ultimi mesi quando arrivo a scrivere in questa sede illimitata è perché decido che è ora di violentare – interrompere! – tutto ciò che mi succede attorno per non perdere definitivamente il pensiero che mi arrovella. Questo violapensiero mi gira dalla pancia alla testa da sabato scorso. Durante l’estate ne ho soffocati molti altri, ogni tanto fa bene anche fare l’esercizio di tacere e ascoltare ciò che dipana il silenzio.

Dicevo, non mi sono persa giorni fa a Padova al Centro Altinate il convegno del Cif – Centro Italiano Femminile di cui sono socia dedicato al tema spinoso e irrisolto della conciliazione al femminile di famiglia e lavoro. Ce ne lamentiamo tutte almeno una volta al giorno, ma da qui a far qualcosa per trovare soluzioni adeguate si apre una voragine…

Se gli americani da questo tema ne traggono anche un film – leggero, edulcorato, e avanti così… ma pur sempre un film ovvero ci fanno perfino i soldi -,  vuol dire che l’argomento l’hanno quantomeno metabolizzato. Noi italiane (senza contare l’altra metà del cielo, il discorso si complicherebbe) siamo ancora in bilico tra il decidere se valga la pena solidarizzare intelligentemente tra noi oppure se affondare con le nostre stesse mani di streghe che fanno la guerra ad altre streghe. In mezzo un numero sparuto di lei che hanno provato la via breve con i risultati desolanti che abbiamo avuto modo di cogliere nel dettaglio.

Premesso un unico limite del film che rischia la superficialità mettendo madri in carriera contro altre donne (troppo macchiette) che rimangono a casa (o meglio in palestra) con i figli , Ma come fa a far tutto? è un ottimo indice della classicità di esperienze che una madre ben quotata al lavoro e in famiglia si trova a vivere nel 99% dei casi. Guardate:

Chi di voi signore non fa la lista delle cose di cui tenere conto o da evadere nelle successive 48h mentre il marito/compagno russa amabilmente accanto a voi?

Chi di voi non arriva in ufficio pensando che comunque vada sarà meno stancante di quanto abbiamo lasciato alle spalle?

Chi di voi non ha mai guardato l’orologio in riunione alle sei e mezza di sera gridando silenziosamente nel cuore: “porca vacca, mi ero ripromessa di non fare più riunioni così tardi?!”

E chi di voi non è mai arrivato al lavoro sistemando brandelli di vestito e trucco anche negli ultimi centimentri di corridoio, ascensore, specchietto retrovisore?

E per non parlare dei figli che decidono di parlare o salutare solo quando è tempo di farti notare senza cattive intenzioni che stai andando al lavoro. Sei stata a casa per ore e non si sono sentiti di certo in dovere di sussurrare una sillaba, che quasi ti chiedevi cosa stavi facendo che rallentava la loro capacità espressiva, che – toh! – di colpo “verba” riappare magicamente sull’uscio di casa.

Si forse non c’era ancora capitato – se dio c’assiste – di avere un prurito da pidocchi mentre stavamo seguendo il progetto che aspettavamo da una vita davanti all’ennesimo uomo affascinante (o anche no!) che invece ha dormito senza fare la lista e che gestisce ogni giorno i progetti che noi definiamo ancora epocali nella nostra scala valoriale di donne al lavoro.

E forse nemmeno di innamorarci dei colleghi anche se la quantità di ore che vi trascorriamo assieme giustificherebbe l’accaduto come pure per lo sconosciuto – in termini di tempo – con cui facciamo i figli che magari ne trascorre altrettanto con altrettante donne. Se guardi la faccenda in termini numerici sarebbe un accadimento plausibile, ma per fortuna la matematica non è l’unica legge che ci governa.

E malgrado le ore in compagnia della nostra famiglia siano in continua diminuzione, teniamo botta e sentiamo che ci piace, che questo modo di vivere ha senso e che non è il team che riepiloga la giornata ma ben altro. Il team al tramonto va in panchina e la splendida confusione variopinta della famiglia va in scena con il sold out.

E fin qui, sembra “e vissero felici e contenti”. E invece no. Noi donne, ad ascoltarci, siamo fermi “al vissero”, non di certo contente. Lo dicono le statistiche di ogni paese: non molliamo ma in questa schizzofrenia di ruoli che abbiamo e continuiamo a volere, stiamo anche soffocando. L’accesso al lavoro – in particolare a ruoli strategici – per una donna, in particolare una madre, non è così naturale. E se avviene, talvolta è a caro prezzo. E qui viene il cuore del convegno.

Eccovi un po’ di dati che ho appuntato oltre ai consueti ormai tristemente risaputi (disparità salariale, assenza ancora quasi totale di donne dai cda o in altre cariche, ecc…):

– i manager che si separano o rimangono single sono aumentati più al femminile che al maschile (perchè?);

– 1° brivido: tasso di abbandono del lavoro dopo la maternità: 27% 2° brivido: tasso inalterato da 15 anni; (anche qui perché?)

– il soffitto di cristallo così definito su cui le donne sbattono sperimentando l’impossibilità di una progressione di carriera (ne avevamo parlato in un altro violapensiero: ora se fossi una brava blogger farei il link a quel vp che dovrei cercare e invece no perché “ma come fa a far tutto? non ce la fa”) è diventato anche labirinto di cristallo (mobbing: gli sbarramenti arrivano quindi da più livelli).

E avanti così… Sono intervenute moltissime esperte preparatissime. Tra tutte scelgo di non disperdere alcune cause e strategie del fenomeno offerte dalla dott.ssa Mallen di Manageritalia. Oltre alla mancanza delle consuete barriere sociali (politiche di conciliazione, assegni familiari degni di questo nome, rapporto troppo basso tra spesa e pil, …) ha evidenziato anche delle C-o-l-p-e femminili che vale la pena considerare:

  • Imparare a gestirsi meglio
  • Sottovalutazione di sé
  • Mancanza di rinforzi positivi
  • Perfezionismo da abbattere in tutto (le italiane sono le donne che % dedicano più tempo per la cura della casa)
  • Capacità di relazione e di lettura dei contesti organizzativi che consenta una navigazione accorta (aspetto tutt’altro che banale: sottotraccia… meno ingenue)

E inoltre delle barriere organizzative aziendali:

  • Contesti organizzativi da evitare perché sono tossici: dove dominano “credere, obbedire, combattere”
  • Contesti dove si lavora più sulla cooptazione (cordate) e non sulla fiducia di una delega ufficiale o di un ruolo. Questo atteggiamento determina poca trasparenza. (Si, lo so cosa sta pensando: fa impressione vedere scritto come una teoria quanto si pensava fosse un dettaglio esclusivo del proprio ambiente lavorativo).
  • Contesti retti dalla filosofia “con noi o contro di noi”. In essi la mancanza di trasparenza e l’ambiguità da luogo a delle barriere.

Sulle strategie per l’aumento dell’impiego femminile (anche in ruoli strategici) tralascio quelle politiche perché è evidente che la politica nazionale è chiusa per ferie da un bel po’, quando riapriranno la bottega magari ne parliamo.  Vi segnalo invece quelle personali e manageriali su cui possiamo agire con maggior solerzia.

Sulle prime: siete pronte con carta e penna (queste vanno in coppia con le c-o-l-p-e)?

  1. Il riconoscimento della diversità “negata”: non siamo e non saremo mai degli uomini
  2. La lettura del proprio contestio organizzativo (conoscere come la donna si è posizionata nel tempo nella propria azienda… effettuare una valutazione in relativo da modo di interpretare meglio il contesto in cui si opera)
  3. L’autovalutazione obiettiva verso lo sviluppo dell’autostima, del rispetto di sé e dell’assertività.
  4. La gestione delle emozioni
  5. Abbandono del praticamente perfetta

Sulle seconde: carta e penna per farvi maledire in azienda quando andrete a richiedere questi atteggiamenti o opportunità:

  1. Percorsi di carriera basati sulle competenze e il merito
  2. Clima d’impresa che rispetti la diversità e le pratiche antidiscriminatorie
  3. Pratiche di work life balance e welfare aziendale
  4. Cambiamento culturale e di linguaggio
  5. Sistema di comunicazione interna per promuovere lo scambio di informazioni
  6. Agevolazioni al telelavoro
  7. Superare il modello di extra job (modello spinto di consulenza ovvero “lavoro e sono reperibile a tutte le ore del giorno e della notte”)
  8. Cultura positiva della maternità
  9. Formazione e aggiornamento per favorire l’inserimento post maternità

 

Utopie o un paese per donne? Voi che dite?

Una curiosità: c’è stato un dna comune a tutti gli interventi tra le strategie “terra terra” ma essenziale. Siete curiose/i???? Le riunioni al lavoro vanno fatte alle 9 di mattina. Orari tardo pomeridiani sono un attacco frontale non solo alle donne ma anche ad una famiglia sempre più frammentata e bistrattata.

Grazie al Cif per aver riepilogato con strategie e proposte lo stato dell’opera. Non scambiamo questi discorsi per femminismo. Se uno vuole una famiglia, termine che non mi pare finisca per “ismo”, questa è una conversione culturale necessaria. Se vogliamo rendere le nostre case un po’ più serene (e meno lucide:-) c’è bisogno di darsi contesti e scenari professionali davvero integrati con la famiglia.

Rodolfo Balena presidente di Pari e uguali auspicava durante il convegno che non parlassimo più di  “re e regine” della casa ma di “principi consorti”. Delicata ed elegante intuizione che dedico a quel mio amico che l’altra sera quando ha saputo che ero fuori città per lavoro con mia figlia Viola a casa in contemporanea con quasi 40 di febbre, scherzando mi ha dato della madre assente con altre priorità. Con lei c’era il padre, il mio principe consorte. Io ero a casa al mattino con Viola lavorando a distanza. So per certo che al mattino nessuno avrò dato, però, dell’assente al padre. Sono dettagli che ci vengono spontanei perché è sempre stato così, ma nelle briciole delle nostre conversazioni a volte si nascondono anche i retaggi di un’epoca trascorsa.

Io sento con grande positività che possiamo volere il bene di chi ci circonda (in esso anche il nostro) su questi temi e avere fiducia che possiamo vivere come fossimo noi per primi in assoluto a gestire con creatività e rispetto una situazione familiare che ci appartiene e che abbiamo scelto e sognato e non gli schemi, gli stereotipi e le trappole di un passato ormai remoto. Di chi c’ha preceduto prendiamo l’amore.

Quando vedo questo spot penso ai “principi consorti”… che prendono il volo.

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