Violapensiero n°40

19.11.2011

I NO PER AMARE” di Jesper Juul

Tutte le relazioni amorose sono suggellate da un sì pronunciato dal profondo del cuore. E’ il simbolo dell’amore che formuliamo a livello linguistico nel momento in cui decidiamo di vivere assieme ad un’altra persona. Con esso ci rassicuriamo l’un l’altro della sincerità dei nostri sentimenti e ci assumiamo un impegno che è parte del sogno di una vita comune. E’ tutto ciò che i neonati o i figli adottivi dovrebbero scorgere negli occhi dei genitori come inizio, per entrambi, di un rapporto destinato a durare per sempre.

Nella vita della maggior parte delle persone vi sono momenti in cui questa semplice sillaba appare come il dono più grande. E’ il simbolo decisivo di apertura, oltre che di fiducia e volontà da parte di un altro individuo di creare uno spazio comune, nel quale la solitudine è ricacciata per un certo tempo in secondo piano. Può trattarsi del primo bacio dell’adolescenza, del sì al momento del matrimonio (ripetuto più volte durante le prove, ma non per questo meno appassionato), oppure del sentirsi “inondare” dallo sguardo fiducioso di un neonato: in ognuna di queste occasioni si è colti dalla sensazione di ricevere un meraviglioso privilegio. Spesso ci proponiamo di fare tutto il possibile per guadagnarci questo sì da parte di un’altra persona, e altrettanto spesso il tran tran quotidiano ci porta a dimenticare tale proposito.

Così, poco per volta, si finisce per percepire il sì sempre meno come un dono e sempre più come richiesta od obbligo, non solo a livello cosciente. Il partner esige un sì incondizionato. Gli insegnanti a scuola danno per scontato il diritto alla fiducia degli allievi. I nostri genitori, pur non dicendolo apertamente, si aspettano che li andiamo a trovare, di tanto in tanto. Nella stessa misura in cui limitiamo la gioia spontanea del dare e del ricevere, perdiamo anche la fiducia e l’amore reciproci. Nella relazione di coppia il famigerato settimo anno si preannuncia spesso in questo modo, mentre tra genitori e figli la crisi emerge al più tardi quando questi ultimi hanno acquisito una capacità di esprimersi tale da far vacillare, con la loro crescente autonomia, le aspettative e i sogni dei genitori.

Il cambiamento ha luogo quando gli adulti iniziano a sottrarsi all’obbligo di dire sì. Lo fanno segnalando il loro no attraverso il comportamento, oppure mugugnando “si… si…” (che è l’equivalente di un no), o, ancora fingendo l’uno con l’altro, perché percepiscono la relazione sempre più come una prigione. L’obbligo al sì uccide il piacere e favorisce un senso di struggimento.

Tra genitori e figli l’amore non si esaurisce così in fretta, eppure madri e padri dimenticano spesso di considerare i figli come un dono, quando questi cominciano a dire no. Si tratta di un no nudo e crudo, pronunciato – potremmo dire – con la coscienza pulita, non dissimulato, né carico di rimproveri latenti, come è invece spesso il no degli adulti.

 

Il terapeuta familiare Jesper Juul non è proprio uomo da premesse ed introduzioni. Come una lama cosparsa di miele, senza troppo attendere, già nella prima pagina del suo libro affonda nel cuore della questione lasciando inerme il volenteroso lettore che si ritrova sotto sopra “l’intimo appartamento” del suo quotidiano agire e sentire. Difficile raccontarsi bugie. Per un verso o per l’altro Juul ci intrappola nella tela della verità: il no non fa piacere a nessuno eppure quanta carica vitale/mortale in ciascuno di essi.

Dopo la lettura di questo libro potrei partire dal fatto quantomeno insidioso (da quanto si legge sopra) che io e mio marito siamo al settimo anno di coppia – 3 di fidanzamento + 4 di matrimonio – oppure potrei iniziare dal fatto che nostra figlia Viola esercita a 15 mesi già con sue svariate forme verbali e corporee il suo dissenso. In entrambe le situazioni respiro in ogni caso il sentiero tipico che illustra Juul e malgrado mi conforti il senso di appartenenza ad una sorta di stirpe della “normalità”, non vorrei per questo fermarmi alla consolazione che di fronte alla sfida di una vita insieme è davvero poca cosa.

Parto dall’ammettere quanto difficile sia reggere quel che Juul racconta in modo così semplice ma autentico: «Il partner esige un sì incondizionato». Riuscire ad alimentare la stanza della nostra coppia di questa eternità positiva mi richiede delle modalità che non sempre intuisco o che stritolo dentro a priorità confuse e a compromessi quotidiani ambivalenti. Talvolta, da entrambe le parti, ci si rassegna che tutto venga (per motivi validi) prima di noi due (figli, lavoro, amici, casa…) finendo così per dare per scontato il sì che giorno per giorno assume sempre più le sembianze  inconsapevoli di un no che purtroppo non si esime dal mostrarsi –  un bel giorno! – nella sua veste drammatica. Questo giorno che ciclicamente si verifica, se fosse il titolo di uno spettacolo teatrale, sarebbe “combattimento spirituale davanti ad una cucina Ikea” di Alessandro Berti, soltanto che nel mio caso meno artistico lo spirituale verrebbe senza dubbio sostituito da una sicura guerriglia urbana di coppia. Certo, il tutto avverrebbe scenicamente in cucina: la nostra “gastronomia” dei sentimenti.

Se, come diceva Juul, «nella stessa misura in cui limitiamo la gioia spontanea del dare e del ricevere, perdiamo anche la fiducia e l’amore reciproci», mi chiedo quali siano allora le condizioni per riuscire a mantenere questo livello di guardia prima che l’inondazione del vivere soltanto per sé travolga la coppia. Qualche no attorno a noi in favore di un sì di coppia? Juul in un’altra sezione del libro aggiunge tanti altri spunti tra cui:

«In un rapporto di coppia la responsabilità individuale non è semplicemente “affar mio”. Interessa sempre entrambi, poiché la responsabilità alla quale ci si sottrae viene automaticamente addossata all’altro».

Tremendo eppure rivedo pari pari alcune nostre dinamiche di coppia molto frequenti. Insomma non è una questione – soltanto – genitoriale. E nemmeno una questione – soltanto – di coppia. Prima di tutto è una lotta sana con se stessi. Con la propria capacità di essere onesti, integrati, fedeli. Stare vigili su di sè apre al dono positivo, certo imperfetto, ma riconciliato di noi. L’essere (molto scomodo!) di Mauro accanto a me mi consente di ammirare la fatica di volermi bene e di definirmi attorno ad un equilibrio stabile. Fatto di sì e di no. Di no meditati che rilanciano verso dei sì più convinti. Non che ne esca una ricetta complessiva per ogni malanno di stagione coniugale, ma un sé maturo apre senza dubbio alla possibilità di essere un compagno e un genitore più presente (“connesso”?). E poi saper gestire il sì e il no (saper essere?) ri-figura anche il modello educativo familiare, il rapporto con i figli, il legame tra marito e moglie, con i colleghi, il datore di lavoro, la famiglia di origine…

Viola ci sta aiutando, e ancor prima provocando, a riflettere su questa nostra difficoltà ad elaborare delle scelte (i si/no) fondate, meditate e coerenti con chi siamo e vogliamo essere come famiglia. Juul lo direbbe così:

«Sapere che i genitori pensano esattamente ciò che dicono e dicono ciò che pensano è uno dei doni più belli e duraturi che possiamo fare ai nostri figli».

Quando alla termine della giornata io e Mauro entriamo in casa dopo tantissime ore di lavoro, ritroviamo finalmente lo “scoiattolo” che, malgrado la nostra lunga assenza, con uno sguardo lieto riepiloga il senso di un giorno intenso che ora si apre ad altro. Non è facile in quelle ore che seguono pensare ciò che diciamo a e con lei e tra noi e ugualmente dire davvero solo ciò che pensiamo.

Talvolta ho la sensazione di parlare senza esserci, di indicare dei comportamenti importanti a Viola senza avere avuto un confronto reale con mio marito, senza aver preso del tempo per capire come agire e come comunicare. Non si tratta di sensi di colpa o di un’ammissione di inadeguatezza come scorciatoia per sfuggire, ma la voglia di provare a lasciare anche dei vuoti di risposta su cui tornare rinsaldati non molto tempo dopo. Dei “ci penso” anche se tutto va veloce, anche se tutto si vorrebbe presto, magari anche subito, anche se tutti i mezzi di comunicazione che abbiamo ci portano verso rapidità sempre maggiori. Anche scrivere qui richiede del tempo. Mi chiede un ci penso. Il tempo dell’introspezione. Quel tempo solitario che mi riporta a me stessa e, un po’ alla volta, anche alle altre dimensioni della vita. Forse è per questo che malgrado la complessità della vita rimango sul blog. Un (nè unico nè assoluto) esercizio spirituale… lungo talvolta settimane anche se qui appare nella sua rapida fruizione di alcuni minuti.

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