Violapensiero n° 28

08.01.2011

Cugina di Bart: “Ci hanno comprato un passeggino”.

 
Verona, compagna di Bart: “Che c’è di sbagliato in un passeggino?”
 
Cugina di Bart: “Io amo i miei bambini: perché dovrei spingerli lontano da me?”

 

Dialogo tratto dal film di Sam Mendes, American life

 

Burt e Verona, trentenni al sesto mese di gravidanza sono a spasso per l’America per decidere dove crescere la loro prima nascitura. Va molto di moda avere dei film da usare in ambiti formativi. Il cinema come uno specchio. C’è il film che va bene per i fidanzati. Quello per le coppie e quello per i genitori. Con American life, sul grande schermo in questo periodo, c’è anche quello per le gravide (primipare) e i loro fedeli compagni. Chissà mai che il cinema entri anche nei corsi pre-parto, visto che ora mai in questi momenti si approfondiscono temi legati alla gravidanza e alla maternità in generale.
Si, forse il film non è un capolavoro come si affrettano a chiarire gli specialisti del Mendes di American beauty, ma di materiale su cui riflettere ne ha da vendere. American life è un film che sa di cosa parla grazie alla sceneggiatura originale di Dave Eggers e Vendela Vida. Le domande su cui si regge il film non sono per niente banali e il titolo originale Away we go le afferra meglio:
1. In quale comunità crescere un figlio?
 
2. Di quali buone promesse necessita una coppia?
 
3. Che approccio educativo mettere in atto?
 
4. Su chi posso contare?
Dalle coppie in crisi alle coppie con figli adottati e reduci da numerosi aborti spontanei, dalle coppie inconsapevoli di essere diventati genitori alle coppie dedite alla filosofia rigidamente “secondo natura”, American life è uno scorcio ampio sulla famiglia oggi e su quanto non sia faticoso condividere quest’avventura oltre le mura della propria casa e al contempo, per dirla con le parole della scrittrice e pediatra Elena Balsamo, non esista «un solo modo o un modo che possa essere considerato “giusto” per crescere i bambini, ma tanti modi diversi quante sono le culture e, potremmo aggiungere, quanti sono i bambini perché, come ogni genitore sa, ciò che è adatto per un figlio non è detto che lo sia per tutti gli altri».
Inframmezzati a quesiti globalizzati come quelli sopra citati, la sceneggiatura dosa sapientemente dettagli che appartengono ad ogni gravidanza, come quello per cui alla fine del sesto mese se hai conservato una certa forma fisica, la pancia del nascituro risulta al mondo esterno nella sua esplosiva perfezione rotondeggiante. Una sorta di gioiosa anguria incollata all’ombelico. Accade così che sempre il resto del mondo inizia a chiederti senza tregua “quanto manca” o a suggerirti che a parere loro “manca poco”. Cosa assai irreale visto che nel migliore dei casi allo svolazzo della cicogna mancano almeno ben 90 giorni, che proprio pochi non sono… e più di qualcosina c’è ancora da crescere. E inizia così il dilemma su quale mezzo di trasporto scegliere e su quale aereo ti lasceranno salire.

Dopo la carrozzina de La corazzata Potemkin di Sergej M. Ejzenstejn, la scena che passerà alla storia di American life sarà quella del passeggino citata sopra. Burt e Verona regalano un passeggino ad una coppia (la cugina e il compagno) assorta in comportamenti “secondo natura” più esteriori che interiori. Vedendo che non ce l’hanno, immaginano che non se lo possano permettere, ma in realtà in loro vi è un’avversione integralista, quasi demoniaca, al mezzo e se i loro bimbi non sono attaccati alla tetta, sono senza dubbio addosso con la fascia o immersi nel co-sleeping. Non racconto interamente cosa accade dopo per non togliere il gusto divertito di vedere la sequenza nel vivo del film, ma si tratta di una scena madre che rivela come spesso aderire in modo rigido e assoluto ad un approccio piuttosto che ad un altro porti con sé almeno due conseguenze abbastanza malvagie:
• Un’esclusione umiliante e aggressiva dell’Altro che ignora o non opta per lo stesso approccio.
 
• Una crescita indotta e smisurata del desiderio del figlio di avvicinarsi a quella zona comportamentale off-limits.
Partecipando agli incontri della Leche Legue – Lega Latte (http://www.lllitalia.org/) nel secondo trimestre della gravidanza di Viola, ascoltai il racconto di una consulente che consigliava di conoscere le preferenze del proprio bimbo prima di fare gli acquisti tutt’altro che economici previsti nell capitolo “trasporto bimbo”. Mi riferisco a carrozzine, passeggini e quant’altro. Il suo bimbo non aveva mai voluto stare in carrozzina e alla fin fine l’aveva comprata per niente. Per di più, e per fortuna, anche da noi iniziano ad avere un certo successo le fasce che nei paesi africani o dell’America Latina rappresentano la normalità e la tradizione. Questa tipologia di trasporto viene identificata nella letteratura del “maternage” come il modo più naturale di portare il bimbo con sé. Letteralmente “indossarlo” non tanto per trasportarlo ma per il contatto e la relazione che ne deriva. Pratica particolarmente indicata per bambini nati prematuramente, la fascia portabebè è un modo economico ed ecologico per camminare, muoversi, lavorare “affettivamente” vicini ai propri bimbi. Esemplare lo scalpore che fece mesi fa la foto dell’europarlamentare italiana che votata con il suo bimbo al petto avvolto nella fascia.
Molto interessante per approfondire le motivazioni e le opportunità di questa pratica il libro “Portare i piccoli” di Esther Weber di cui cito di seguito un piccolo estratto.
«Cosa si intende esattamente con portare? Si tratta di una pratica scomoda o comoda (secondo il punto di vista) per trasportare i bambini piccoli, o magari c’è di più? La lingua stessa ci fornisce un primo approccio. Il dizionario Sansoni restituisce 22 significati diversi per il verbo portare; una di quelle parole che si possono utilizzare in molte circostanze per illustrare varie situazioni fisiche ma anche metaforiche e simboliche. Tra i significati posso elencare: portare un peso, farsi carico di un peso, indossare, tenere, sostenere qualcosa o qualcuno, sopportare, supportare, trasportare, muovere qualcosa o qualcuno da una parte all’altra. È subito evidente che sostanzialmente si distinguono due significati: il significato stabile, che si fa carico di un peso, lo sostiene, lo regge, lo sop-porta, lo sup-porta e il significato mobile, che muove il peso e lo tras-porta. Portare un bambino piccolo non è poi così diverso: significa farsi carico, letteralmente, del bambino, tenerlo addosso, sostenerlo e poi muoversi insieme a lui, con lui addosso o, con l’espressione usata nei paesi anglofoni,“indossando il bambino”. E non solo. Questo libro è un invito a riflettere sul significato del portare nell’ottica di una relazione individuale, per evitare approcci semplicistici (basta mettersi il bambino addosso) oppure ideologici (bisogna portare il bambino continuamente a contatto) oppure di moda (è chic tenersi il pupo addosso)».

http://www.portareipiccoli.it/home1.html
Concretamente ci sono però periodi dell’inverno che se non hai una giacca pesante studiata appositamente per la fascia in vendita negli empori bio o in internet (altra spesa non irrisoria;-) http://mamdesign.net/carrying/clothes/twoway.html diventa alquanto improbabile portare i piccoli in questo modo. Ma se non ci sono zero gradi e devi fare il pieno al supermercato in compagnia del tuo neonato, e ovviamente sei sola…, la fascia è davvero salvifica. Al di là della praticità, la naturalezza con cui i bimbi ci scivolano dentro ritrovando il movimentato benessere dei 9 mesi in pancia è senza dubbio una delle coccole più belle da non perdere. Viola, a contatto con il mio petto, dopo pochi movimenti è già tra le braccia di Morfeo… al che m’immagino che durante la gravidanza con lo stesso balletto quotidiano si sia fatta nanne infinite. Insomma la “mamma marsupio” ha il suo perché comprensibile anche ad occhi poco esperti come i miei. Pensate che in alcune città ci sono associazioni che organizzano anche corsi su come portare i piccoli o blog che aiutano a cucirsi artigianalmente la fascia http://mammacanguro.blogspot.com/2010/08/fai-da-te-come-realizzare-e-cucire-una.html. Lo stesso pezzo di stoffa (non vanno bene tutti i tessuti) può essere legato al nostro corpo in moltissimi modi. Ed esistono fasce molto diverse, io ne ho provate due completamente diverse (una prestata, una acquistata). E ovviamente la fascia è indossabile quanto dalle donne come dagli uomini. Se per caso ci fosse stato qualche dubbio che fosse cosa di sole mamme!?

Ahimè… dopo mesi di esperienza posso dire però che se non abiti in centro città dove hai tutti i servizi comodi anche a piedi e soprattutto se non ti compri la giacca porta bebè per l’inverno, muoversi come una mamma canguro diventa alquanto arduo e la carrozzina indispensabile. In casa nostra, non come nella dimora della cugina di Bart, i due mezzi di trasporto convivono senza contese e supremazie infinite dal sapore mediorientale. La carrozzina è davvero un mezzo che consente di affrontare spostamenti che altrimenti non si potrebbero fare e che di certo non spinge i bimbi lontano da noi, ma la fascia è qualcosa di più, oltre il trasporto, che va sperimentata in tanti piccoli spazi quotidiani che regalano quella prossimità di cui un bimbo piccolo piccolo e chi lo cura hanno senz’altro bisogno.
C’è da dire che fa bene spostarsi anche in carrozzina perché quel “diversamente abile” di cui tanto ci riempiamo la bocca diventa un vero incubo. Le nostre città sono davvero inospitali per chi vive la sua vita in carrozzina. Prova a girare per marciapiedi abitati dalle auto in sosta, distrutti dalle buche o dalle radici di alberi che fanno esplodere la pavimentazione. Prova ad entrare in tanti negozi, bar e altri servizi dove prima devi superare le cosiddette barriere. Prova a cercare una toilette in cui cambiare un bimbo. Da quando sono madre ogni volta che devo effettuare degli spostamenti con Viola (mille volte al giorno!) prima di partire da casa ripercorro nel dettaglio tutta la strada e i posti dove devo entrare e verifico mentalmente se ce la faccio a fare tutto con Viola in braccio, in fascia o carrozzina. La viabilità è sicuramente pensata per i mezzi pensati ma non certo per i mezzi superleggeri che pesano solo qualche chilogrammo di vita. Il bimbo si sa che non produce PIL.
http://www.equazioni.org/index.php/fasce-portabebe/

Ora mancavano pure i ristoranti a cui è negato l’accesso ai bimbi http://www.corriere.it/cronache/10_novembre_16/dagli-aerei-ai-ristoranti-avanza-il-fronte-no-kids-elvira-serra_99575ab6-f153-11df-8c4b-00144f02aabc.shtml, ma forse lì entreranno soprattutto barboncini raffinati ed educati che sanno quando non devono abbaiare. In questi mesi ho capito che l’Italia non è fatta per famiglie, anziani, disabili e i tanto odiati bambini. Forse nemmeno per i single. Ma per chi è allora??? Comunque, come recita il titolo di un bel documentario sulle note di Ligabue, “Niente paura”, continuiamo a fare del nostro meglio per questo paese. Alla fin fine è ancora giovane, solo 150 anni…, ne deve fare ancora di strada.

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