Violapensiero n° 36

10.06.2011

«I genitori di oggi non devono aspettare che lo stato o il datore di lavoro mettano a loro disposizione abbastanza tempo per amare, dormire, mangiare e giocare. Se lo devono prendere, perché senza tali ingredienti la famiglia perde il suo significato». 

Sintetico. Efficace. Tagliente. Perentorio. Illuminante.  E’ Jesper Juul in La famiglia è competente. Sottotitolo… “Consapevolezza, autostima, autonomia: crescere insieme ai figli che crescono”. 

Un libro regalatomi mesi fa da 2 amici, Giovanni e Valentina, diventati i genitori di Elena pochi giorni prima di noi sempre ad agosto dell’anno scorso. Dopo il blog gli amici non hanno più dubbi sui regali ghiotti;-)

Juul, terapeuta familiare, ne ha scritti tanti e soprattutto scrive in un modo semplice, lineare e al contempo geniale. Prendetevene uno, male non può farvi, soprattutto in quell’ottica che davvero i figli sono l’autostrada per muoversi attorno a tutte quelle zone impervie di noi stessi, se non quasi inesplorate ma che tanto debilitano il nostro organismo (e non solo biologico!).

In questi giorni di febbre e quindi di riflessione – sotto questo aspetto ammalarsi è molto salutare – ho mixato le sue parole con quelle ascoltate lunedì pomeriggio alla lezione magistrale di Derrick De De Kerckhove a Padova http://it.wikipedia.org/wiki/Derrick_de_Kerckhove su intelligenza connessa, rete matura, inconscio connettivo, l’era dell’elettricità, reputation capital e l’indimenticabile “connectonpathy”. Non so se alla città di Napoli dobbiamo invidiare De Magistris, ma questo professore straordinario sicuramente si;-)

Jesper e Derrick mi ricordano quanto ogni mia giornata abbia due velocità che convivono o quantomeno litigano. Per Derrick la velocità è soltanto una: secondo i suoi studi e teorie solo l’eremita può dirsi ancora impermeabile alla connettività e al sistema dei new media.

Avrà anche ragione, ma ci sono ancora momenti della mia giornata in cui sento che non basta un click o un invia e ricevi. Non basta un “connetti” o un “mi piace”. Non basta un “pubblica” o “condividi”.

Vi capita? In quali vicende?

Non per tornare sempre sui figli, ma ancora una volta sono l’eremitaggio quotidiano. Ci sono letteralmente delle “operazioni” che mi coinvolgono dalla nascita di Viola, che sono sganciate dall’era digitale figlia dell’era dell’elettricità e forse saranno slegate per i figli dei nostri figli da ere che ora nemmeno immaginiamo.

Del tipo?

Addormentare un bambino. C’è qualcuno che ci riesce con il cellulare (noto agli accademici ormai come “protesi” della nostra persona) incorporato e badandolo come nel resto del giorno? Quando qualche mio amico papà non mi risponde al telefono… quando ci si risente la frase di rito è “stava addormentando pinco pallino…”. Così è per me. Addormentare Viola è una forma di ascesi. Mi devo depurare dei mali della giornata, lasciare le connessioni di ogni tipo fuori dal mio cuore. Quando l’appoggio sul mio petto e cammino un po’ nella stanza per aprire uno squarcio di sogni d’oro per lei, sono certa che se non lascio fuori dalla porta tutte quelle emozioni stressate e/o sensazionali,  Viola non troverà pace.  Se lei la trova, vuol dire che l’ho trovata anch’io.

Adesso poi che sto studiando per il prossimo libro di Medù http://www.violadelpensiero.it/medu/work-in-progress anche tutte le pericolosità elettromagnetiche della cara protesi, mi sa che il cellulare non deve proprio entrarci neanche come sveglia in camera da letto.

Beh, mica l’eremitaggio finisce con la nanne. E le pappe (argomento che non ho ancora perlustrato nel blog) dove le mettiamo? Corsi di svezzamento naturale e di pappe per più grandicelli con lezioni applicate hanno rafforzato in qualità la passione culinaria della nostra coppia già ben espansa. Non sono una talebana di “solo pappe fai da te”. Ci sono giorni che se non ci fosse sua maestà Holle http://holle.ch/english/ProbenRatgeber/HolleRatgeberItaly.pdf  la povera Viola starebbe ancora aspettando il suo primo cucchiaino. Sono giorni, toh settimane… ma non mesi. Quando la pigrizia o le priorità professionali prendono il sopravvento per troppi giorni, risuonano le parole di Jesper Juul perché altrimenti la famiglia perde il suo significato.  E ne sono davvero convinta. Amare, dormire, mangiare e giocare. Fa riflettere anche l’ordine proposto:-)

E allora si riparte con il fare la crema di riso, di miglio, con tutte le verdurine e avanti così tutto original dal frutto o dal chicco e senza prodotti trasformati in mezzo. Tu dici “crema di riso”, suona come semplice e forse anche lo è. Quante lettere sono? 11 lettere che in realtà richiedono una pazienza infinita. Perdiamo un po’ di tempo ad esplicitare per chi ha poca pratica:

  1. Dosi nel giusto rapporto tra acqua e chicco.
  2.  Ammollo del riso integrale dalle 8 al max 24 ore così rilascia i principi nutritivi.
  3. Mezzora circa di cottura. Badare che alla fine non si attacchi.
  4. Qui viene il bello: passarlo tutto nel passaverdure così da trattenere la fibra che per l’intestino del bambino non è ancora troppo aggressiva.
  5. Staccare man mano questa crema collosa che fuoriesce da sotto.
  6. Mettere in ammollo il passaverdure che sembra uscito da una guerra con la vinavil.
  7. Lavare con pazienza in ogni suo angolo il passaverdure che ha riso in ogni interstizio.
  8. Se proprio si vuole la perfezione… decidere come riutilizzare la parte di fibra avanzata all’interno del passaverdure.

Al punto 8 sono così cotta che generalmente  decido di mangiarmela così com’è anche se è quasi uno scarto senza sale. Male non mi farà. Una cosa in meno da fare.

So cosa state pensando: chi ce lo fa fare?  Lui: il gusto di assaggiarla.

Di sentire di essere andati alla fonte della vita, del chicco, della purezza della natura che metti a servizio della creatura che hai dato alla vita. Dopo questa frase poetica vi aggiungo che vista la trafila uno ne prepara per almeno due giorni. Ah… dimenticavo una pappa normale è fatta di vari ingredienti… quindi al punto 8 in realtà manca ancora tutto il resto.

Nanne e pappe, ma quanti altri esempi che coinvolgono i figli piccoli… Poi crescono e la connettività si avvicina anche a loro. Per questo c’è, ed amo, la media education. http://www.violadelpensiero.it/medu

Quando pazientemente giro quel passaverdure, e le ore volano via e mi dimentico di tutto, penso che la connettività mi piace, mi serve, la cerco ma ci sono zone della vita che proseguono incontaminate e con una velocità diversa, che non può adeguarsi ad altre culture mobili. Quel bambino, che non è un elettrodomestico e men che meno una protesi,  è l’eremita che mi da un impermeabile.

Dopo, più tardi, quando tutti dormono, la mamma torna connessa.

E voi? Quali spazi di eremitaggio vi rimangono?

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