violapensiero n°20

08.10.2010

MI PRESENTO

Intanto è bene che mi presenti. Mi chiamo CarloRoberto. Effettivamente mi porto in giro due nomi da quando sono nato. «Doppia fatica!» penserai tu. Non so dirti non mi sono mai sentito né particolarmente Carlo, né solo Roberto. Io sono CarloRoberto, un tutt’uno con il mio nome. Ce l’ho cucito addosso da sempre. Certo, quando devo firmare qualcosa o scrivere come mi chiamo sul foglio delle verifiche, ci metto un po’ di più rispetto ai miei compagni, ma dopo un po’ ci si fa l’abitudine. Tutti, la prima volta che m’incontrano, mi chiedono se preferisco essere chiamato Carlo oppure Roberto. Io, ormai, rispondo come se fossi un nastro registrato: «Mi chiamo CarloRoberto, punto e basta. Se il tuo nome fosse Corrado, ti piacerebbe che ti chiamassero Cor, oppure solo Rado? No! Allora per me vale la stessa cosa». Ho notato che questa risposta funziona sempre. Dopo che qualcuno se l’è sentita dare almeno una volta, il problema del nome non si pone più.



VOGLIA DI PIANGERE

Dopo un’ora la mamma mi dice di spegnere quell’orribile computer – così lo chiama lei – e mi obbliga a fare un po’ di compiti, anche se mancano solo pochi giorni alla fine della scuola. Poi andiamo insieme in cucina a preparare i biscotti di pasta frolla. Solitamente ci divertiamo un mondo a tirare la sfoglia e a ritagliarla con gli stampini a forma di cuori, picche, quadri e fiori. La mamma ne fa sempre una tonnellata per il suo anniversario. Ma oggi c’è qualcosa di grigio nell’aria: né io né lei sembriamo contenti di fare ciò che stiamo facendo.


Così tutto a un tratto, mi viene una gran voglia di piangere. Non c’è un motivo particolare: è solo uno di quei magoni che ti prendono all’improvviso, come quella volta che Mimì, il gatto della nonna Lucilla, era scappato e per due settimane nessuno ne aveva saputo più nulla. In quei giorni mi era capitato più volte di pensare più volte a Mimì e di scoppiare a piangere. La maestra Roberta se ne era accorta e, dopo che le avevo raccontato tutto, mi aveva consolato dicendo: «A volte, CarloRoberto, le cose che ci rendono tristi ci fanno venire un’irrefrenabile voglia di piangere… si chiama magone, proprio come un grande mago. Il magone è il mago delle lacrime: le fa comparire all’improvviso, perché ogni lacrima, quando esce dagli occhi, si porta via un piccolo pezzo di tristezza che c’è nel tuo cuore. A volte fa bene piangere, e accogliere il mago delle lacrime che ci strappa via la tristezza dal cuore può essere molto utile».


Avevo pensato spesso al mago delle lacrime della maestra Roberta e, una volta, lo avevo anche disegnato. Però, ora, non voglio che venga a trovarmi qui, di fronte alla mamma, mentre facciamo i biscotti in cucina. Così stringo i denti e tiro su la faccia. E’ la mia contro magia: ho appena scacciato il magone!

Alberto Pellai,
“Non mi vedi, papà? – Una storia di magia e di magoni”
Talvolta allattando Viola, capita che la reginetta diventi Violenta. Si stacca all’improvviso in modo assolutamente non garbato nei confronti del capezzolo. Chi ha allattato ricorderà la sensazione fastidiosa di dolore che si prova in queste occasioni. Ho notato che l’azione feroce da parte del Biscottino avviene sempre quando la mamma nel mentre ha avuto la brillante idea di rispondere al telefono o di chiacchierare amabilmente con una persona che non si chiama Viola. Ebbene ci si distrae. Il latte scorre, ma la bimba sente che la mamma non è lì con tutta se stessa e a suo modo, esserino ancora senza parola, polemizza con il capezzolo, unico centimetro materno a cui può esprimere il disappunto per tale irriverenza.

Anche Viola, come CarloRoberto, si chiede “non mi vedi, mamma?”. E in effetti quando mi metto gli occhiali del cuore e rimango lì con lei con tutta l’anima che porta con sé il nutrimento materno, non solo per le proteine, Viola si congeda dolcemente dal seno. Senza lacerazioni. Bene per me. Senza dubbio si soffre meno. Soprattutto bene per lei che si sente amata e inclusa nella realtà. Protagonista di una relazione che la interpella. Non relegata in un angolo come una spettatrice che ancora poco ci vede.
Così è per CarloRoberto, un bambino dolce e sensibile, che sogna di diventare astronauta, ama disegnare e non sopporta la matematica. A causa di incomprensioni tra la mamma e il papà viene ignorato più del solito e si ritrova a sognare di diventare invisibile. La magia è presto fatta: il cestello della lavatrice diventa il suo nascondiglio in attesa che i suoi genitori indossino occhiali nuovi capaci di intravedere in fondo al suo cuore il desiderio di essere amato.
Non mi vedi, papà? è davvero un regalo. Erickson è una casa editrice che raramente delude e anche stavolta non è da meno. La storia scritta da Alberto Pellai, medico e psicoterapeuta dell’età evolutiva, e illustrata da Tiziano Beber, raccontando di un bambino ci educa a scorgere gli “invisibili” di ogni età. Un racconto che invita ad essere più attenti agli altri, a chi sta ai bordi del ring, a chi non si siede in prima fila in chiesa, a chi alle feste non si fa notare, a chi tende a non emerge nell’ambiente di lavoro, a chi vive nella solitudine sprigionata dallo sguardo distratto degli altri. Un’emarginazione che a lungo andare si trasforma in un magone: il mago che esprime in lacrime tutta la tristezza che regna sovrana dentro la persona isolata. Non mi vedi, papà? è un pensiero significativo per una coppia, una famiglia, un bambino o un genitore. Segnatevi questo titolo. Anzi, segnatevelo e basta, potrebbe piacere a chiunque.
La pubblicazione – della collana PARLAMI DEL CUORE che parla alle emozioni dei bambini – offre molto di più della favola illustrata. In allegato al libro c’è un cd con varie tracce: la versione audio della storia, la simpatica canzone Parlami del cuore interpretata da Simone Bordin e un commento alla favola a cura di Pellai per genitori, insegnanti ed educatori. Una rielaborazione pedagogica dei contenuti letterari che diviene materiale di grande stimolo per un percorso educativo o quantomeno per un appuntamento formativo dedicato alla genitorialità.
Con la sua consueta concretezza accompagnata da grande profondità Pellai si fa ascoltare con piacere. Abituato già da anni in radio ad incantare con la voce, il commento scorre via senza nessuna pesantezza. La storia può essere letta insieme tra genitori e figli. Il commento può essere d’aiuto in un incontro formativo, come può essere una mezzora pensante e rilassata per una coppia che ha desiderio di mettersi in ascolto e riflettere sul loro essere genitori.
Dal 2005 Pellai conduce su Radio 24 con Nicoletta Carbone il programma “Questa casa non è un albergo” l’unico programma radiofonico nazionale dedicato alla relazione genitori e figli, da cui è stato tratto il volume pubblicato da Kowalski Editore “Questa casa non è un albergo. Adolescenti: istruzioni per l’uso“. Per il settimanale Famiglia Cristiana risponde alle lettere dei genitori nella rubrica “Crescere un figlio insieme”.
Ricorderete che nell’ultimo post chiesi a Lavinia di prestarmi il suo anello magico per sbriciolare in cacca il progetto ministeriale Allenati alla vita. Beh, il sabato seguente la puntata di Questa casa non è un albergo era proprio dedicata a questo tema. Se v’interessa la potete ascoltare a questo link http://www.radio24.ilsole24ore.com/main.php?articolo=allenati-vita-progetto-educativo-genitori-famiglia-ragazzi. A proposito, sarebbe da trasformare in cacca la barzelletta di Berlusconi con bestemmia finale su Rosy Bindi (e la risposta di Fisichella che consiglia di valutare il contesto della bestemmia???!!) e la magnata, tutto tranne che simbolica, tra Bossi e Alemanno & Co. come pacificazione tra la Padania e la capitale? Ad maiora natus sum.

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