Violapensiero n°30

11.02.2011
«Ma io non voglio che al mondo ci sia soltanto uno come me», protestò Ben.  «Perché no?», si stupì la mamma, «è una cosa bellissima che tu sia unico e speciale!».  «Perché così sono solo!», si lamentò Ben, «mentre io voglio che ci sia anche qualcun altro come me!» «Tu non sei solo», gli spiegò la mamma, «ci sono io con te, e anche papà». «Sì», ammise Ben, «però…». Era confuso e non ricordava più cosa voleva dire. «Vieni qui», mormorò la mamma, «siediti vicino a me». Ben non si sedette. All’improvviso i suoi occhi si fecero grandi e profondi: «E non c’è nemmeno nessuno al mondo come te?». «No, non c’è», disse la mamma. «Allora anche tu sei sola?» «Ma no. Ho te e papà…». «Ma non c’è nessuno proprio uguale a te?» «No, non c’è», ammise la mamma.  «Allora sei sola», proclamò Ben sedendosi accanto a lei. «E non ti senti sola, da sola…?». La mamma sorrise, disegnò col dito dei cerchi per terra e rispose, «sono un pò sola e sono un pò con gli altri, e a me va bene essere un pò così e un pò cosà…».
 
David Grossman, L’abbraccio
In questa fiaba senza tempo Grossman si pone il problema del perché sia stato inventato l’abbraccio e ne affida una sua motivazione, tutt’altro che banale, al risolutivo dialogo tra una madre e il suo bambino. E’ bizzarro, se non geniale, che per spiegare la faccenda delle umane braccia contenitive, lo scrittore israeliano parta dall’idea di cui ci facciamo promotori indefessi con i bambini per poi smentirci clamorosamente nelle relazioni tra adulti. Ovvero che ognuno di noi è unico al mondo. Com’è che diciamo ai bimbi… Speciale? Originale? Poi si diventa grandi e la diversità si scopre come una tremenda condanna. Raramente un valore.
Raccontando questo dramma universale attraverso la relazione simbiotica tra madre e figlio, Grossman crea una sorta di corrispondenza tra il tema e i personaggi dell’azione narrativa. L’essere unico è uno spavento da lupo cattivo. Una sensazione che emana il profumo nefasto della solitudine. Se non c’è un altro come me sulla Terra, allora sono solo? Nel percepirsi isolato l’uomo sfiora il suo orizzonte mortale, finito. Per un bimbo è una sensazione oltremodo tenebrosa che lo spinge a stringersi alla madre, la culla dei suoi desideri.
Christian, uno dei due ragazzini protagonisti di In un mondo migliore di Susanne Bier, deve aver provato un sentimento oscuro come quello di Ben. Ha perso la madre per una malattia e assistendo al calvario materno, ha ingoiato giorno per giorno un boccone amaro che ora non va né giù né su e che lo illumina a lutto. Sente il peso solitario di un’unicità rimasta orfana troppo presto e la perdita di una complicità che non sembra riproponibile con il padre. Verso di lui anche il sospetto che non sia stato vero fino in fondo con la moglie. Conflitti non detti, dolori troppo silenti senza verba, lacrime soffocate. Esperienze nel tempo sufficienti a creare il dna di un violento, di uno che non perdona, di uno che vendica. A Christian manca quella mano di mamma che Ben invece afferra forte. Un ragazzino che produce armi, viola cose e persone alla ricerca di una pace che non trova. Ma c’è Elias, il compagno nella nuova scuola. Con lui mattine e pomeriggi affettuosi e insidiosi. Un abbraccio e una ferita.

 

E’ solo, ma solo un po’ come dice Grossman. Elias e la sua famiglia, in una serie di sviluppi vertiginosi del film, gli daranno il coraggio di guardare il male nascosto dentro di sé, il dolore tumorale che lo divora giorno per giorno e la forza per riavvicinarsi agli affetti rimasti. In un mondo migliore è anche il desiderio che custodisce il padre di Elias continuamente in bilico tra l’Africa dove lavora come medico in un campo profughi segnato da guerre locali e la Danimarca evoluta e ricca dove un padre distratto in poche settimane può ritrovarsi con un figlio bombarolo. Non c’è contesto privilegiato che tenga; la violenza mette radici ovunque. Le buone famiglie? Le buone maniere? Tutte sepolte da un odio radioattivo che si respira nell’aria.
Tolgono il respiro alcune sequenze dedicate al padre di Elias indignato di fronte alla volgarità della forza e del potere, all’assurdità della presunzione e della prepotenza ma deciso a mostrare ai figli e a Christian come si affronta il male vis à vis e di come il male non possa farci davvero male. Una scena da guardare e riguardare. Gli schiaffi di un balordo che colpiscono ripetutamente il padre di Elias divengono sberle per lo spettatore chiamato a prendere posizione sul da farsi.
Reagire o mostrare ai piccoli come uscirne? I bambini apprendono per “testimonianza”. Niente prediche solo fatti da imitare. Ecco, il padre di Elias spiega ma prima ancora mostra, vive con loro, li trascina in vicissitudini anche fin troppo ardue da comprendere a parole. E’ così cocciutamente ancorato al bene, ad una via non violenta, che una situazione limite in Africa metterà in subbuglio la sua coscienza.
Chiudo il cerchio di una danza di bimbi della vita, dei film e dei libri con Viola che dopo cinque mesi di vita mi sta dicendo proprio quello che il padre di Elias considera la miglior educazione. Viola lo dice a me, al papà, a tutti coloro che le siedono accanto: «Apprendo ogni vostro gesto, carezza, scorrettezza. Vi scruto e pedino le vostre mosse, siete il mio passaporto per la vita». Ogni cosa che le è un po’ ostica, se prima la faccio su di me e gliela mostro, subito diventa accessibile anche per lei che prima non voleva saperne. Anche cose banali, ma magari per lei ciclopiche.
Ai suoi occhi siamo credibili, siamo l’immagine del mondo possibile. Anche del mondo migliore? Per noi come famiglia è sicuramente una resa dei conti. Possiamo essere veri oltre ogni maschera finora indossata anche tra sposi. Intuisco che nella Chiesa come nella politica questo tempo non è da meno. Viviamo una contemporaneità segnata da una grossolanità incontenibile: ciò mi interpella.
Come dicono molte donne, “se non ora quando”?

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