Violapensiero n°38

30.07.2011

Buon compleanno Violapensiero!

Un anno fa proprio in questi giorni – alla fine dell’ottavo mese – con l’insonnia iniziava anche questo diario digitale su infanzia, educazione, maternità, femminile, famiglia e altre amenità. Indirizzato virtualmente alla nostra piccola Viola, ora furetto striminzito che corre e proclama (ieri 11 mesi!), il Violapensiero ha retto lo splendido tornado di cambiamento che porta un figlio. Si è evoluto  come la vita di ogni giorno con un bambino.

Festeggio il compleanno del blog con un’intervista ad una donna davvero in gamba e che stimo molto. Chiara Giaccardi riesce a condensare in sé tante delle tematiche care al Violapensiero, alla mia vita professionale e soprattutto di madre. A lei un grazie sincero per aver condiviso in semplicità nelle domande che seguono tanti aspetti autentici e significativi della sua vita.

Chiara Giaccardi insegna Sociologia e antropologia dei media alla Cattolica, ha 5 figli naturali più una in affido e vive con un’altra famiglia di amici in una struttura (www.eskenosen.org) che fa accoglienza e accompagnamento all’integrazione di famiglie di stranieri.

http://eradeltestimone.blog.testimonidigitali.it/wordpress-mu/

Cosa manca di essenziale in questa sintetica biografia di lei?

Intanto mancano i miei difetti, che sono tanti anche se cerco di combatterli, con l’aiuto di chi mi vuole bene… Da sociologa poi so che nessuna persona può essere ‘ridotta’ all’insieme dei suoi ruoli (dei suoi ‘profili’, diremmo oggi), e che per quanto precise le etichette possano essere, l’unicità di ciascuno – per fortuna – sfugge sempre, e può essere colta solo nel tempo e nell’incontro… Cio’ detto, manca per esempio il fatto che sono moglie, di una persona straordinaria con la quale vivo da oltre un quarto di secolo e che mi ha consentito di essere quella che sono, e che sono figlia, e sorella…

E manca la gratitudine. I musulmani usano un’espressione molto bella quando qualcuno fa a loro, o ai loro figli, un complimento, che e’ “Mash’Allah”, il cui significato e’ più o meno “grazie a Dio”, ma nel senso vero: cio’ che siamo e abbiamo, se non siamo così stolti e ridicoli da vantarcene, e’ un dono ricevuto, di cui possiamo essere solo grati. Forse noi cristiani dovremmo ricordarcelo più spesso.

Sposa, madre di sei figli e fine intellettuale… Ogni ruolo ha le sue ore ben definite e come un super eroe dei fumetti tra l’uno e l’altro si cambia di vestito? O tutto convive in un equilibrio precario?

Direi che l’equilibrio e’ precario e sempre da reinventare, con il mutare delle situazioni, la crescita dei figli e i problemi sempre nuovi, i ritmi di lavoro che si intensificano, le esigenze degli altri che ci interpellano… E’ un equilibrio sempre squilibrato in realta’, che qualche volta riesce meglio e qualche volta meno bene.

Ma ho almeno due trucchi che mi ha insegnato l’esperienza: uno e’ il potenziale rigenerante del dispendio. Si pensa, secondo un luogo comune che non condivido affatto, che ‘risparmiare le forze’, ‘prendersi tempo per se’, ‘staccare’ siano modi per accumulare energia. Io ho imparato invece che l’eccedenza – fare sempre un po’ di più del necessario e del richiesto, non fare calcoli costi-benefici, dimenticarsi di se’ sbilanciandosi verso gli altri – e’ una postura esistenziale che produce un’energia inesauribile.

E l’altro trucco e’ ascoltare, le persone e le situazioni, che a volte ci offrono soluzioni che da soli non avremmo saputo immaginare. Un esempio molto semplice: sono pendolare da quando studiavo all’università. Sul treno si può dormire, leggere, chiacchierare, ma il tragitto e’ da molti vissuto come un onere ulteriore al lavoro. Per me, invece che un tempo morto, il viaggio e’ diventato una risorsa, quel ‘tempo intermedio’ che mi ha consentito, specie quando i figli erano piccoli, di passare dal ruolo di mamma tutta presa dalle cose di casa a quello di prof. e di collega. Una specie di ‘fase liminale’ che ha ammorbidito i passaggi di ruolo, che altrimenti  sarebbero stati molto più convulsi e, credo, faticosi. Detto con una metafora, la cabina dove cambiarsi di abito con calma…

Possiamo ribaltare il cliché dicendo che dietro ad una “grande donna” stavolta c’è un “grande uomo”? Com’è l’uomo che “consente” ad una donna di essere e coltivare questa molteplicità di dimensioni?

Rischio di essere sdolcinata quindi mi limito a sottolineare un aspetto che ho apprezzato soprattutto a distanza di tempo: amare qualcuno significa desiderare la sua libertà e aiutarlo/a ad essere libero/a. Mio marito Mauro certamente ha desiderato la mia libertà, senza la quale il rapporto non può essere veramente reciproco, e mi ha sostenuta nel difficile compito, mai concluso, di diventare libera. Che non significa, come erroneamente si pensa oggi ‘fare quello che ci pare’ o ‘tenersi i propri spazi’, ma capire per cosa si e’ fatti, e darsi il tempi di coltivare la parte migliore di sé. Che richiede tempo, pazienza e aiuto da parte di chi ci sta vicino. In fondo, lo dicono i miei filosofi preferiti, da Ricoeur a Levinas, e’ sempre l’altro che ci libera dalla prigione di noi stessi. E lo stesso vale nel rapporto coi figli: educarli in fondo e’ insegnare loro cos’e la vera libertà.

In una conferenza a Padova sulla comunicazione nell’era digitale, quando ha detto quanti figli aveva, ha completamente distolto dalla sua relazione le donne presenti che hanno iniziato a chiedersi “Ma come fa?”. Penso di intuire e di esplicitare meglio questo “come fa” espandendolo ad un commento di questo tipo: «Avrà una vita ultra movimentata senza tregua ed acrobatica, eppure davanti a noi abbiamo una donna rasserenante e per niente nevrotica, pacata e lucida». E’ nel suo dna o una conquista di una vita spesa bene?

Non so dare una risposta precisa… Posso dire che fin da piccola ho sempre amato i bambini e sognato una famiglia numerosa, e che comunque ero molto più nevrotica a quota 2 che a quota 6… L’esperienza aiuta, e soprattutto le dinamiche positive che alleggeriscono la vita familiare quando si e’ in tanti, e c’è sempre qualcuno con cui parlare, su cui contare, che ti da una mano o anche solo un passaggio…. Lo sapevano bene i nostri nonni, ma oggi lo si e’ dimenticato: più si e’, più ci si dividono i compiti, più ci si può aiutare. E c’e anche più confusione, più allegria, più movimento e più cambiamento.

Naturalmente ci vogliono certe condizioni: essere in due, avere orari di lavoro non massacranti e alcune condizioni materiali (comunque molte meno di quanto si sia portati a pensare).

Cinque gravidanze e un affido. Il cuore di una mamma ha spazio proprio per tutti? Da dove deriva questa sua splendida apertura alla vita? Può convivere davvero questo “allargarsi” con una affermata dimensione professionale?

Dico sempre ai miei figli prima di tutto, ma anche ai miei studenti, che se non avessi avuto la famiglia che ho non avrei ‘fatto carriera’. Sono stata precaria 10 anni, e  ho comunque scelto di avere i bambini (3 prima di entrare di ruolo). La loro presenza, la soddisfazione di stare comunque facendo qualcosa di bello, la concretezza della vita di mamma e l’uso sapiente del tempo che la scarsità insegna sono stati tutti elementi che mi hanno aiutato da un lato a ‘tenere duro’ laddove mi sarei altrimenti scoraggiata, e dall’altro insegnato tanto sulla dimensione reale della vita, cosa che mi ha aiutato moltissimo nel mio lavoro: certo non sono ne’ sarò mai un’intellettuale nella torre d’avorio!

Naturalmente e’ stato necessario fare sacrifici (niente cinema, ne’ parrucchiere, ne’ vacanze se non ‘a scrocco’ da parenti e amici..) ma anche questa e’ una dimensione che va recuperata, se si vuole essere capaci di costruire qualcosa: ‘sacrum facere’, rendere sacro qualcosa con le nostre scelte e rinunce e’ un modo per fare diventare le cose veramente nostre, per  esercitare la nostra libertà scegliendo i nostri legami e non subendoli.

Concretamente lei – e suo marito ovviamente… – ha sei relazioni educative tutte diverse e originali con ciascuno di loro? E’ indelicato usare il termine “gestire” ma chi ci legge penso che tra le righe se lo stia un po’ chiedendo… oggi come si gestiscono sei figli in questa complessità di ritmi e senso della vita? Intuizioni particolari?

L’unicità di ciascuno e’ insieme una ricchezza e una sfida a volte logorante. Quando sono molto piccoli si riesce entro certi limiti ad adottare il modello ‘catena di montaggio’, con orari regolari di pappa, nanna e gioco uguali per tutti, ma poi occorre saper dare a ciascuno ciò di cui ha bisogno. La mia esperienza mi dice che un bravo genitore non e’ chi da’ a tutti lo stesso (secondo un criterio che  potremmo definire di equità o giustizia), ma che da a ciascuno ciò di cui ha bisogno, e invita anche gli altri a fare lo stesso (che e’ poi l’agape, una parola che mi piace più di carita’). Ci e’ capitato in momenti della nostra vita di genitori di doverci dedicare quasi completamente, per periodi anche lunghi, a uno solo dei figli, qualcuno direbbe (e magari ha detto) ‘a scapito’ degli altri. Che poi a loro volta, in tempi diversi, hanno richiesto attenzioni esclusive. Ma credo che anche educativamente sia utile far vedere che si fa tutto ciò di cui c’e bisogno, entro i propri limiti ovviamente….

La sua casa è una “dimora” speciale: ci racconta qualcosa di questa esperienza?

Ho sempre avuto l’idea della famiglia come ‘grembo’ accogliente piuttosto che come entità chiusa, e anche per l’esperienza di tante coppie di amici ho sempre pensato che la famiglia ripiegata su se stessa dopo un po’ soffoca. Così quando la mia quinta figlia, Caterina, aveva due anni abbiamo iniziato ad accogliere a casa persone diverse, che per ragioni differenti si trovavano in difficoltà. Poi abbiamo pensato di dare una forma più strutturata a questo progetto: abbiamo fondato un’associazione di famiglie e attraverso un amico sacerdote, allora direttore della Caritas, siamo riusciti ad avere in comodato una struttura  abbastanza  grande, dove riusciamo ad ospitare tre nuclei familiari. Risiediamo li dal 2006 insieme a una coppia di amici più giovani, con una bimba e un altro in arrivo, e in partenariato con Caritas accogliamo e accompagnano all’integrazione famiglie di migranti che intendono restare in Italia. Sono passate famiglie di tutto il mondo, dall’Etiopia al Kosovo, dall’Ucraina al Marocco, dal Khashmir alla Nigeria… E quasi tutti sono riusciti, nel giro di un paio d’anni al massimo, a trovare lavoro, casa in affitto, reti di amici. Qualcuno ha deciso di tornare indietro, e anche questo e’ un esito sensato quando ci si rende conto che la distanza culturale e’ tanta e che le cose non sono come si pensava.

I miei figli partecipano all’accoglienza in vari modi, e credo che per loro sia un’esperienza più educativa di tanti bei discorsi sull’intercultura… In fondo e’ intercultura pratica quotidiana, con le bellezze e le fatiche di ogni rapporto reale.

E’ senza dubbio una donna che nella chiesa contemporanea ha trovato amplificazione, fiducia e autorevolezza. Per tutto quello che c’ha appena raccontato ma anche per la sua competenza in area antropologica e sociologica applicata ai new media. Con onestà: possiamo dirci che non è sempre così scontato! Cosa pensa in questo momento della donna nella Chiesa e nella società italiana?

Io ho fiducia nella Chiesa, nonostante alcune ‘pesantezze’ che la dimensione istituzionale inevitabilmente porta con se’. Io credo che la chiesa sia insieme padre e madre, e che soprattutto negli ultimi anni stia scoprendo in modo più consapevole la sua vocazione materna, dando anche più spazio alle donne. E credo che anche rispetto al ruolo della donna in questo momento la voce della chiesa sia più ‘emancipante’ di quella delle sirene della cultura contemporanea, che dietro il miraggio del pieno controllo di sé propongono immagini veramente avvilenti, e che soprattutto sollecitano comportamenti che  tradiscono le promesse di felicita’ che fanno balenare.

Ormai abbiamo perso completamente ogni senso critico, e accettiamo dalla pubblicità qualsiasi tipo di messaggio. Propongo un esperimento molto semplice, che tutti possono fare: prendiamo qualsiasi pubblicità e sostituiamo il nome della marca o del prodotto con ‘la chiesa cattolica’: mi e’ capitato per esempio di leggere che una marca di cosmetici (che non nomino) “ridefinisce i gesti quotidiani della cura del tuo corpo”. Molti griderebbero allo scandalo, semrerebbe una intollerabile  ingerenza nella nostra libertà. Non  accettiamo che la chiesa dia indicazioni sul nostro rapporto col corpo, solo per fare un esempio; perché allora accettare i diktat di una casa di cosmetici che ha come unico obiettivo il profitto? A chi sta più a cuore la nostra liberta’?

Assieme all’illustratrice Licia Pittarello – dopo la “Serratana incanTeVole. Fiaba gioco per ad-domesticare la TV – stiamo realizzando il secondo libro di “media education” della collana Medù Edizioni  Messaggero sul tema del cellulare e delle sue implicanze educative.

Come “super mamma” ed esperta del “pianeta new media” non posso non chiederle un parere : come ha gestito questo aspetto con i suoi figli? Il cellulare è davvero il nuovo cordone ombelicale per i genitori? Come vivere questa “protesi” ghiotta di sé per ogni età?

Quando i miei figli erano piccoli il cellulare non c’era, ma c’era il problema di regolare l’uso della Tv. Io non ho mai acceso la tv di mattina, ne’ mai durante i pasti, e ho sempre preferito le videocassette alla programmazione ordinaria. A casa mia c’e’ un unico televisore, che non si vede dalla tavola, e alla fine tutti si sono abituati a stare a ‘dieta’, con vantaggio per ciascuno e soprattutto per le relazioni. In fondo siamo così attenti a non ingurgitare quantità di schifezze sapendo che ci fanno male, non vedo perché quello che entra dai nostri occhi e dalle nostre orecchie non debba essere considerato potenzialmente nocivo.

Col cellulare e’ più difficile, perché ormai e’ una protesi del se’, non più un medium. E’ certamente un ‘dispositivo’ prezioso per il microcoordinamento domestico, ma anche per far sentire la propria vicinanze a  distanza nei momenti delicati, e a volte, persino, per dirsi cose che a voce non si avrebbe il coraggio di esprimere. Ma non bisogna essere dipendenti, e almeno di notte va spento!

Salutandoci:  oggi le famiglie devono resistere? Possono immaginare con creatività come rimanere – da appassionata di cinema direi – “l’albero della vita” (Malick)?

Non ho ancora visto il film di Malick, anche se mi interessa molto: mi sa che aspetto il DVD… Ma certamente oggi e’ necessaria la resistenza, perché tutto va nella direzione contraria, ma che sia una resistenza creativa: e’ importante immaginare modi di vita dotati di senso, anche inventandosi cose nuove o sperimentando percorsi lontani dai luoghi comuni e dai sentieri già tracciati, che in tanti fasi si sono rivelati fallimentari.  McLuhan diceva che e’ libero chi vive in un ‘controambiente’, come l’artista, che non e’ prigioniero dei luoghi comuni del suo tempo e che sa vedere di più e più in la degli altri. Oggi la famiglia, se si alimenta a fonti di senso che siano capaci di rigenerarla continuamente, può essere uno straordinario controambiente rispetto a una cultura ormai in crisi, e il luogo di una profonda esperienza di libertà con altri, l’unica che ci rende veramente umani, e felici.

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