Violapensiero n°43

24.01.2012

Confesso di essere una persona fortunata. Il mio lavoro, nelle sue formule più variopinte, che di settimana in settimana si allarga a sviluppi inediti mi permette di faticare ma soprattutto di avere a che fare con persone genuine e significati meravigliosi.

La parola su cui mi ritrovo a ragionare negli ultimi mesi è abusata, bistrattata, sognata, ricercata, comprata… la “felicità”.

Chi sei? Cosa sei? Dove sei? Con chi sei?

Come madre ammetto che non so se ci sia qualcosa che si avvicina più di un figlio alla grazia della felicità. Sto attraversando uno stato particolare o la dedizione filiale è davvero uno dei volti primari di una felicità possibile? costo zero, km zero, ecc…

Con Patrizia e Mauro per Cinema in prospettiva abbiamo scritto le schede di approfondimento dei film della nuova edizione dei Laboratori di laicità, un’iniziativa di grande successo promossa dall’Azione Cattolica di Padova. Il tema affidato era proprio quello della felicità e il primo film prescelto – Scialla! di Francesco Bruni – ne mostrava una particolare “latitudine”: felicità come prendersi cura.

Ho chiesto al regista Bruni un pensiero in libertà su questo tema e, guarda caso, torniamo ancora a chi viene dopo di noi. Mi scrive:

“Sono convinto, per averlo sperimentato di persona, che la cura degli altri è un sollievo, se non altro perché ci distrae dal pensiero su noi stessi, che è spesso ozioso e narcisistico, e sempre – ma davvero sempre – fonte di infelicità. Purtroppo, però, non sempre siamo in grado di abbandonare questo rimuginare egoistico e dedicarci agli altri; i messaggi che ci circondano ci spingono sempre alla realizzazione di noi stessi, al perseguimento del successo e del benessere,ad una visione egoistica della vita; chi si attarda in questa corsa si sente fuori causa, tagliato fuori, perduto. Per fortuna, ogni tanto la vita ci riacchiappa per le orecchie e ci costringe a distogliere lo sguardo dalle nostre nevrosi: nel mio caso, la nascita dei miei figli, la loro infanzia, e adesso la loro adolescenza, sono state un’occasione importante in questo senso, perché i figli ti costringono ad una attitudine altruistica, ti fanno dimenticare di te. Ecco che torniamo a Scialla! e alle motivazioni profonde del film, che però voi avete analizzato molto meglio di quanto potrei fare io.”

Siamo felici quando ci dimentichiamo di noi? Quando abbandoniamo le nostre nevrosi? Quando ci dedichiamo anima e corpo a qualcuno? I figli, nelle loro età, sono un sollievo? Eppure lì per lì è più facile vedere il tratto oneroso e lamentoso del vivere in relazione. Lì ci sta, a quanto pare, invece il sacrificio: il rendere sacro quello che apparentemente sembra imprigionarci.

Questo pensiero di Francesco Bruni mi riporta ad uno dei momenti più intensi della mia vita. Ancora un altro regista…

E’ un ricordo di queste ultime settimane che mi hanno regalato gli amici del cinema Lux di Asiago (un grazie speciale a Davide e Silvano!) che in collaborazione con il Rotary Club dell’Altopiano e di Bassano Castelli hanno dato vita ad un tardo pomeriggio freddo ma ispirato a cui ho partecipato come presentatrice. Dopo il film Il villaggio di cartone il maestro Ermanno Olmi ha conversato con noi in sala per un’oretta e, poi, ce lo siamo goduti in almeno un centinaio (!) al ristorante. C’era il biglietto film + cena: idea bellissima!)

Un pubblico vibrante fin dall’inizio della mia presentazione prima del film in un religioso silenzio che si è interrotto canoramente solo a cena dove Ermanno e Loredana presidevano come sposi d’eccezione.

Chiaccherare con Olmi ti fa dimenticare amabilmente le domande che ti era preparata. (Ti fa dimenticare le tue nevrosi?). E’ un intellettuale raro: pregnante ma al contempo semplice, comprensibile. Si sa allargare, con ogni domanda filmica, da una dimensione cinematografica ad una prospettiva culturale più ampia che ti accompagna a riannodare i fili della vita. E così da un film che lui definisce “fatto per se stesso”, si parte per parlare di consumi, di nonni, di bambini, di coppie o di aziende. La sensazione è quella di essere accanto ad un uomo che vede anche nella nebbia fitta dove ci siamo infilati con le nostre stesse mani. Vale la pena ascoltarlo. Interrogarlo. Chiedergli un consiglio.

Con questo spirito mi sono permessa di chiedere anche a lui un pensiero sulla felicità (quale felicità…) e con un sorriso lieve, quasi paragonandoli alle farfalle nella pancia dei fidanzati, mi ha riportato anche lui al panorama dell’infanzia, ai bimbi. Cogliere, quasi come in un apprendistato, lo stupore del bambino che, nell’ammirare un nuovo dettaglio di una normalità per noi soffocante, si ritrova invece estasiato rimane una fetta di “torta paradiso” impareggiabile. Per Olmi non esistono consumi che possano attivare una produttività (affettiva) così ingente, non esistono ricette di economia che possono provocare un tale appagamento. Tutti parlano di ripartire, di rialzarsi. Ma verso quale vita? Una società che non guarda ai piccoli, per Olmi, è una comunità destinata a soccombere.

 

Non contenta prima di congedarci alla lauda della pancia dove è proseguita la chiaccherata tra lui e il pubblico (le osterie di un tempo), in totale impertinenza mi sono sincerata di chiedergli ancora un’ultima cosa a cui lui, ricco del sorriso della moglie Loredana nascosta tra il pubblico,non si è negato: cosa capita di irrinunciabile in un matrimonio dentro le mura di casa che ci può aiutare a cambiare, quell’auspicio con cui anche il suo film si congeda.  La risposta, scelgo consapevolmente, di farla rimanere un unicum d’intimità tra chi c’era in quella sala così gremita.Digiuno digitale:-(

E lancio piuttosto un ponte ideale tra quanto ascoltai in quel meraviglioso pomeriggio e quanto racconta, invece, Chiara Giaccardi in questo bel video disponibile tra i materiali in preparazione al Forum mondiale delle Famiglie che si terrà a Milano a fine maggio 2012. Anche lei racconta la sua felicità, acrobatica ma aperta alla vita, alla famiglia come scuola della cura. Con suo marito Mauro, che come lei racconta, si è davvero innamorato vedendola partorire e pensando: “Ho da imparare da questa donna”. Consumiamo (diamo) la vita, l’unico movimento positivo.


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