Violapensiero n°44

02.04.2013

Ritorno a scrivere. Ho vissuto molto nel frattempo.
Riparto dal cinema, la “tana” di sempre.

Joseph: “Vuoi dire che sono l’altro e che l’altro è me?
Sorella: “dobbiamo ridarlo indietro?”


Sì, proprio così. L’incubo di ogni madre: lo scambio delle culle scoperto però poco prima della maggiore età della prole. Ben 18 anni dopo, quando hai dato tutto l’amore che hai in corpo… quando hai già passato anni di notti con gli occhi sbarrati ad attendere il rumore del rientro… quando hai già preso troppi no e i sì ti fanno paura…

Il tutto vale doppio se accade in territori di confine, di soglie, di blocchi, di attraversamenti tra una culla araba e una culla ebrea. Ed ecco che non sai più chi sei. Chi è l’altro. Chi è il nemico. Qual è il tuo Dio. Chi ti progette. Chi ti vorrebbe uccidere.

Eppure, madre, hai amato più della tua carne. Ne sei stata capace e accanto a te, tuo marito, altrettanto. Ma non lo sai spiegare a parole. E’ il frutto dell’amore che si lascia voler bene, oltre ogni somiglianza.

Un film uterino, Il figlio dell’altra dell’ebrea francese Lorraine Lévy, come il punto di vista che emerge nella storia. “Una madre lo sa”: lo sente negli sguardi, nei singhiozzi, nelle parole, nei silenzi. Una madre vede un altro film rispetto all’uomo che ha accanto, così come nel film le madri servono a creare infiniti attraversamenti del confine quando i padri non vedono vie percorribili. Ad accarezzare mani che gli uomini fan fatica a stringere.

Le grida di dolore del parto non erano di certo diverse tra un’ebrea e una musulmana. E’ la riconoscibilità della maternità: essa illumina l’assurdità del conflitto storico e incancrenito. E quei figli donati, non più persi nell’errore, diventano la speranza di una pace che viene solo, come dice una delle due madri al figlio maggiore arabo deluso di avere un fratello ebreo, dall'”apri il tuo cuore”.

Sì, solo tu puoi aprirlo: Tu che sei l’altro e l’altro che è me. L’alterità di ogni possibilità.

“Isacco e Ismaele, i due figli di Abramo”.

PER… adolescenti che vogliono portare al cinema i genitori compressi dal quotidiano.

 

 

 

 

 

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